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16/06/2012 11.36.24 - Articolo letto 6144 volte

A San Giorgio Lucano il gioco della falce

Il rito della mietitura a San Giorgio Lucano (foto di Salvatore Palazzo) Il rito della mietitura a San Giorgio Lucano (foto di Salvatore Palazzo)
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Nelle campagne si rievoca un accattivante rituale legato alle operazioni della mietitura
di ANTONIO GRASSO
San Giorgio Lucano Giugno: contadini nei campi per la raccolta del grano. Va in scena il “rito” della mietitura, residuo della scomparsa “civiltà rurale”. Appuntamento campale nella frugale economia del passato, quando il timore di compromettere il raccolto (in effetti la principale fonte di sostentamento) tormentava i sonni di interi contesti familiari. Che per scacciare lo spettro della “malannata” si affidavano, non di rado, ad atavici rituali come le “messe del dolore”. Praticate, ancora sino alla metà del scolo scorso, nelle aree maggiormente vocate alla cerealicoltura. Particolarmente conosciute quelle celebrate nelle campagne di San Giorgio Lucano, oggetto delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino, nonché al centro di un documentario etnografico (dal titolo “La passione del grano”) girato nel 1960 da Lino Del Frà. “La cerimonia della mietitura che abbiamo avuto occasione di vedere a San Giorgio Lucano – annota Ernesto De Martino ne ‘Il gioco della falce – Ogni anno la passione del grano’ del 1960 – appartiene ad un tipo ben noto agli studiosi di storia della religione: nell’opera del Mannhardt, del Frazer e – più recentemente – del Liungmon, se ne può trovare il repertorio nel folklore europeo e della fascia del mediterranea dell’Africa e dell’Asia. In genere, queste cerimonie sono ormai scomparse poiché, fra l’altro, sono possibili solo in un quadro di rapporti sociali feudali e semifeudali, e di un’agricoltura cerealicola arretrata. Che non conosce macchine e non va al di là dell’aratro, della falce e della trebbiatura a mano o animale”. A ben guardare, il rituale ha tutte le caratteristiche di una battuta di caccia. Infatti. “Un vecchio contadino fa il capro : due mazzetti di spighe tenuti fra le labbra; una pelle di capro legata dietro la schiena; i falcetti impugnati all’altezza della testa, in modo da dare l’immagine delle corna; occhi sbarrati di animale braccato e la maschera pronta… Al suono della zampogna avanzano falciando il grano e stringono via via il cerchio, mentre il capro cerca rifugio qua e là nelle messi ancora non mietute. Il vello scuro ed i falcetti luccicanti che fanno da corna si muovono velocemente fra le spighe, si occultano in qualche parte nel folto, riprendono la corsa… mentre il cerchio, sempre falciando al suono della zampogna, si stringe inesorabilmente intorno alla preda, per la quale si viene via via riducendo sempre più il margine utile della possibile protezione vegetale. Finalmente non resta che il rifugio nell’ultimo covone da mietere. Qui il capro è raggiunto e, simbolicamente, ucciso col taglio dell’ultimo fascio di spighe”. Un rito decisamente singolare ed accattivante. Anche perché "Il mietere era avvertito come un colpevole uccidere, di cui si portava il rimorso e si temeva vendetta” riferisce ancora De Martino. Che aggiunge: “il grano, soprattutto per opera del mietitore, sopportava una violenza estrema. Pativa una passione decisiva. Di qui il bisogno di mascherare l'atto del mietere, in modo da eseguirlo con il pretesto di fare qualcos’altro". Dare la caccia al capro, appunto. E col “gioco della falce” si concludevano le tradizionali operazioni di mietitura. Per inquadrarlo correttamente bisogna far riferimento a due  distinti momenti storici riconducibili ad altrettanti fasi (la caccia al capro e la spoliazione del padrone, con la punta delle falci da parte dei mietitori ndr) del cerimoniale. La prima fase, da leggersi come arcaica espressione mitico - religiosa, tipica delle civiltà  pre – greche. La seconda parte, da leggersi - invece - come simbolica rivolta contadina, da far risalire alle origini del paese.


Sassiland News - Editore e Direttore responsabile: Gianni Cellura
Testata registrata presso il Tribunale di Matera n.6 del 30/09/2008




 
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