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25/06/2011 10.34.11 - Articolo letto 3684 volte

L'intervento del Sindaco Adduce nel Consiglio Comunale di ieri

 ADDUCE E DE FILIPPO: ORA UNA LEGGE REGIONALE PER I SASSI ADDUCE E DE FILIPPO: ORA UNA LEGGE REGIONALE PER I SASSI
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Occasione per l'intitolazione a Pier Paolo Pasolini
Matera
L’intitolazione di questa sala consiliare a Pier Paolo Pasolini e il conferimento della cittadinanza onoraria a Enrique Irazoqui sono espressione di quella gratitudine che la città di Matera vuole consegnare a due intellettuali e a due uomini straordinari, riconoscendo l’alto valore storico e culturale che il “Vangelo secondo Matteo” ha rappresentato e continua a rappresentare per la nostra città.
È il tributo di Matera, città della pace e dei diritti umani, a chi, come Pasolini e Irazoqui, ha manifestato l’amore per l’umanità nella propria arte e nel proprio vivere quotidiano, attraverso l’impegno politico e culturale.
L’operazione che Pasolini compie con il suo film è insieme rischiosa e ambiziosa.
L’intellettuale  che solo un anno prima era stato condannato per vilipendio alla religione di Stato per l’episodio “La Ricotta” nel film RoGoPaG, intraprende con “Il Vangelo secondo Matteo” un viaggio nel mistero e nella messinscena del sacro e, infine dedica il suo capolavoro a Papa Giovanni XXIII.
Pur non essendo Pasolini cattolico il suo credo sociale, il suo distacco, la sua mancanza di compromessi con l’apparire lo guidarono nella esatta rappresentazione di un Cristo vero. Un Cristo che descrisse nel suo capolavoro che,  anche grazie all’intelligenza di Don Giovanni Rossi, che allora era alla guida della Pro Civitate Christiana, lo lasciò libero di creare e al tempo stesso lo sostenne nella sua ricerca. In questa ricerca ci fu un lungo viaggio in Terra Santa accompagnato da Caruso e dal biblista don Andrea Carraro, che come ci racconta oggi padre Virgilio Fantuzzi si limitarono a fornire al regista consulenza esegetica.
E’ alla fine di questa ricerca che Pasolini arriva a Matera e, come scrive Padre Virgilio, realizza un film il cui pregio maggiore è nello stile, sobrio e intenso, capace di rendere in maniera efficace il senso della pagina evangelica.
Un ingrediente essenziale dello stile pasoliniano è il rapporto tra narrazione, paesaggio e figure che animano il racconto della vicenda umana di Gesù secondo l’apostolo Matteo.
Pasolini sceglie la versione evangelica di Matteo perché quello è il racconto in cui più fortemente emerge la dimensione umana del Cristo, uomo tra gli uomini, e ripropone la storia della sua vita purgandola da ogni tentazione di mitizzazione o demistificazione.
E per interpretarne il ruolo, fedele alla sua intenzione di preferire attori non professionisti, sceglie il giovanissimo Enrique Irazoqui, rappresentante del sindacato universitario clandestino antifranchista. Un giovane sconosciuto e per nulla interessato, sulle prime, al progetto che il regista gli proponeva; ma che infine cambia idea, anche grazie alle sollecitazioni e alle insistenze dei molti amici artisti, e alla prospettiva di interpretare un Gesù diverso, “gramsciano”, come lo definisce Elsa Morante per convincerlo ad accettare la parte, in una parola rivoluzionario.
Forse anche questa interpretazione non corrisponde alla realtà. Non a caso fioccarono critiche proprio da sinistra mentre il mondo cattolico gli riconobbe subito grandi meriti. Si trattava però di una storia rivoluzionaria e anticonformista, e così attuale ancora oggi, è la portata del Cristo di Pasolini.
Una figura che all’ipocrisia e alla falsità dei sepolcri imbiancati contrappone l’idea di equità, di giustizia, di umanità contenuta nelle sue predicazioni, creando una sorta di ideale parallelismo tra l’ideale laico, marxista, e quello cattolico.
La scelta di Enrique Irazoqui per interpretare Cristo risponde in fondo al desiderio di comunione tra umano e divino.
La stessa umanità, il bisogno di socialità, che emanava dal territorio abbandonato e l’ambiente dei Sassi di Matera, suggestivo ma al contempo reale e vivo, nonostante tutto.
 
Pasolini però fa un film religioso da laico e affronta in modo scabro, severo, essenziale e corale uno dei problemi principali dell’umanità: il tema della morte, mettendo a fuoco il nocciolo irrazionale del ‘mistero più grande’.
un film poco parlato (parla soprattutto Gesù per citazioni del testo). Il commento musicale (La Passione secondo Matteo di Bach, poi Mozart e poi le musiche, per così dire, ‘etniche’: la Messa cantata congolese, una specie di ‘musica afro’.
una costruzione del film per ‘quadri’, con citazioni, dirette e indirette, di opere d’arte figurativa, dal medioevo al rinascimento, sembrano affreschi trecenteschi (la scena del Golgota per esempio).
un film fatto per analogie, che cerca continuamente qualcosa di ‘analogo’: un paesaggio analogo, una Gerusalemme analoga, la Palestina in Lucania.
Si tratta di una vera e propria opera globale, come diremmo oggi. Anzi, di più, un messaggio universale nei testi e nelle immagini.
Ma la cosa che voglio qui sottolineare è che il volto di Irazoqui da allora si lega indissolubilmente all’immagine di Matera che il film lancia nel mondo. E noi abbiamo deciso di conferirgli la cittadinanza onoraria soprattutto per questo. A chi si chiede perché Irazoqui cittadino materano noi rispondiamo che è l’unico interprete di un capolavoro cinematografico che  non presta più il suo volto, la sua immagine ad altri personaggi di altri film. Il volto di Irazoqui non sarà più contaminato.
E’ e rimarrà per sempre il Cristo di Pasolini e di Matera. Certo potevamo inserirci nel grande circo dello star-system, forse potevamo ottenere qualche riscontro mediatico in più. Ma non avremmo potuto in nessun caso motivare in un modo così profondo e autentico le ragioni della nostra scelta che rifuggono dalla facile propaganda senza rinunciare alla ragionevole pretesa che questa nostra decisione abbia la giusta rilevanza anche mediatica.
La scelta dello scenario naturale di Matera e dei suoi antichi rioni è certo dettata dal carattere di autenticità che i Sassi conservano e tramandano nel tempo, autenticità ulteriormente affermata dalla costante presenza dell’uomo nel corso della storia millenaria della nostra città. È in questa dimensione metafisica e insieme antropologica dei Sassi che si può compiere la realizzazione del miracolo della bellezza non aggettivata, quella stessa bellezza assoluta e per questo non definibile che Pasolini incontra per la prima volta nella lettura del Vangelo, come confessa in una lettera al produttore Alfredo Bini.
È il 1964. Nell’immaginario collettivo gli antichi rioni sono ancora il simbolo della vergogna nazionale, nella definizione di appena un decennio prima.
Il film riscuote un successo imprevisto, ottiene una enorme quantità di premi e contribuisce ad avviare a livello nazionale e internazionale, il dibattito sul valore e il recupero dei Sassi. Nell’ideale percorso che conduce dalla vergogna nazionale al patrimonio dell’umanità, il film di Pasolini assume il ruolo di passaggio decisivo, suscitando in una più ampia fascia di intellettuali, di artisti, di uomini di cultura, interesse e curiosità per quello straordinario capitale di unicità che i Sassi rappresentano.
I sassi erano vergogna e barbarie, la scelta politica amministrativa fu quella di destinare i finanziamenti alla costruzione dei nuovi quartieri (straordinario esempio di progettualità, pianificazione e qualità dell’architettura: Piccinato, Quaroni, De Carlo, Ajmonino, Chiarini etc che realizzano quartieri popolari di grande qualità) e al trasferimento della popolazione. Questo vede Pasolini. Una città che si avvia allo svuotamento completo e a diventare altra cosa.
C’era sicuramente una fortissima tendenza alla ruderizzazione, allla fossilizzazione di questa straordinaria testimonianza della cultura dell’umanità
I Sassi invece andavano salvati come realtà urbanistica vivente, salvaguardati nella loro unicità ma anche nella loro vita vera, non museo di loro stessi.
Ecco, Pasolini ci aiuta, attraverso Irazoqui, a non perdere questo dibattito. Le cose poi sono andate avanti e hanno dimostrato che il regista del vangelo aveva ragione: da infamia nazionale a patrimonio dell’umanità, storia di miseria trasformata in nobiltà, vergogna e infamia diventate testimonianza mondiale di arte conoscenza cultura.
Non è la prima volta che il paesaggio rupestre dei Sassi si presta a ideale scenografia cinematografica. L’immoto scenario degli antichi rioni ispira altre grandi produzioni italiane e straniere, tanto prima quanto dopo il Vangelo pasoliniano. Vale la pena di ricordare e citare, tra gli altri, Alberto Lattuada, Lina Wertmuller, Francesco Rosi, i fratelli Taviani, Giuseppe Tornatore, fino al recente “The Passion” di Mel Gibson, il quale elegge anch’egli Matera a location per la sua personale e controversa versione della storia simbolo del Cristianesimo. Ma laddove nella produzione hollywoodiana prevale l’operazione commerciale, in cui i Sassi costituiscono un mero elemento accessorio e anche riproducibile artificiosamente, l’originalità dell’opera di Pasolini consiste nell’aver assegnato proprio all’elemento materiale, tangibile del paesaggio un ruolo di assoluto co-protagonismo. Nei Sassi Pasolini scorge un ambiente di totale autenticità, al punto da preferire l’ambientazione materana persino alla stessa Terrasanta.
 
Il successo del film di Pasolini attira l’attenzione della comunità artistica e culturale nazionale su Matera in un percorso di valorizzazione e tutela che si snoda attraverso una nuova legislazione che culmina nella legge 771 e nell’inserimento di Matera nell’elenco Unesco dei siti “patrimonio dell’umanità”, e infine oggi il rilancio della sua storia e dei suoi valori che prende corpo nella candidatura di città  capitale europea della cultura per il 2019.
Questa candidatura rappresenta per Matera la sfida più ambiziosa degli ultimi anni, e noi intendiamo fondare questa sfida sulla capacità di imprimere alla nostra storia un nuovo impulso e un nuovo sviluppo fondato su radici solide, sulle nostre tradizioni. Vogliamo puntare, tutti assieme, su un modello che ancorandoci alla storia ci proietta nel futuro.
Il dialogo tra antico e contemporaneo che generano il nuovo, un processo condiviso di costruzione di una visione moderna di solidarietà, reciprocità, fiducia e tolleranza che sono il nostro capitale sociale.
Il riconoscimento che oggi Matera tributa a Pasolini e al prof. Irazoqui non vuole essere dunque un mero atto formale, un episodio fine a se stesso, bensì il recupero della straordinaria attualità dell’opera e del pensiero pasoliniani, che in questo contesto assumono un significato ancor più pregnante.
Nel 1980, a cinque anni dalla morte di Pasolini, Fabrizio De Andrè dedicava alla tragica vicenda la canzone “Una storia sbagliata”.
Canta, De Andrè, che quella di Pasolini è “una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare”.
Noi invece vogliamo continuare a rac



Sassiland News - Editore e Direttore responsabile: Gianni Cellura
Testata registrata presso il Tribunale di Matera n.6 del 30/09/2008




 
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